I bambini non meritano etichette

Come spesso mi trovo a spiegare, i racconti online sulla mia esperienza di mamma, che ho raccolto sotto il titolo di “Lezioni di mammità”, sono gli insegnamenti che i miei figli, giorno dopo giorno mi hanno elargito, non certo quelli che io voglio dispensare ad altre mamme.

Da quando sono rimasta incinta di Momo e mi sono messa in ascolto di ciò che la condizione di madre mi scatenava dentro, ho imparato tantissime cose. Non soltanto su di me e i miei bambini, ma anche sul mondo.

Spesso, infatti, quello che i bambini ci suggeriscono di fare con loro e per loro, si rivela un comportamento positivo anche in tutti gli altri ambiti della nostra vita e in tutte le altre nostre relazioni.

Ogni tanto mi è capitato di rivolgere al MaritoZen o a uno dei bambini espressioni del tipo: “Eh, ma sei proprio antipatico!”, oppure: “Sei veramente insopportabile!”, “Sei proprio sgarbato!”, “Quanto sei noioso!!!”. Ecco. Non sono orgogliosa di me, ma ve ne parlo perché c'è sempre un momento in cui, riconoscendo un errore, si può decidere di cambiare.

Qualche giorno fa, Dado, il piccolo di casa, mi ha detto: “Mamma io non sono dispettoso, faccio solo qualche dispetto ogni tanto”. Sono ammutolita. Quanto è vero.

Dentro di me ho sempre saputo che in queste frasi non c'è niente di buono. Non sono costruttive, creano attrito e possono anche offendere. Inoltre, se rivolte a un bambino, possono instillare una visione di sé distorta: il bambino arriva a convincersi di essere dispettoso, sgarbato, antipatico, noioso o insopportabile. E se da un lato può significare mortificarlo e farlo demoralizzare, d'altro canto, in un certo qual modo, è come se lo autorizzasse a continuare in un atteggiamento negativo (“Tanto io sono così!”). A me non è mai successo di dirlo, ma immaginate se dicessimo a nostro figlio “Sei stupido”, “Non capisci niente”, “Sei un buono a nulla”, “Sei cattivo”. A lungo andare smetterebbe di credere di poter diventare capace, svelto, brillante, competente. “Tanto sono fatto così!”.

I nostri figli non se lo meritano, questo è certo.

Basta farci attenzione e tenere in tasca qualche espressione di scorta, dove il soggetto non è il bambino, ma noi stessi: “Mi sento trascurata quando non rispondi alle mie domande”, oppure “Mi sento maltrattata quando nessuno mi aiuta a preparare la cena”, o ancora “Mi sento triste quando vi alzate da tavola e mi lasciate a mangiare da sola”. Sono solo degli esempi, ma certe volte tornano utili.

Voi ci fate caso alle etichette che involontariamente date ai vostri figli?

 

Photo Credits: dbjules

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