Quando arriva il secondo figlio

Quando ero incinta di Dado, mi dilaniavo con le classiche paturnie da mamma in attesa del secondo figlio: "Momo soffrirà? Sentirà lo strappo della condivisione? Penserà di essere stato rimpiazzato? Avvertirà una sensazione di perdita? Sarà geloso? Sarà infelice?".

Insomma, per quanto dentro me sapessi di fare un dono alla nostra famiglia, dare un'opportunità di crescita a ognuno di noi e di ricchezza per tutti, ogni tanto, quando guardavo il mio bimbo ancora tanto piccolo, mi si stringeva il cuore, perché altrettanto bene sapevo che gli avrei tolto attenzioni e tempo, questo è indiscutibile. Sapevo che gli avrei dovuto dire "aspetta" più di quanto avrei voluto, che gli avrei dovuto dire "no" più di quanto meritasse e che saremmo entrati in conflitto, proprio in virtù del rapporto intimo, intenso e simbiotico che avevamo.

Sapevo già tutto, e non sapevo niente.

Ne parlai con il mio pediatra, anzi quello di Momo o – meglio – il pediatra di famiglia, come mi piace definirlo, visto che in questi anni si è rivelato spesso l'anello mancante per far quadrare il cerchio delle dinamiche della nostra famiglia, la parola giusta al momento giusto, il consiglio da far decantare in quell'angolo segreto del cervello, la strategia celata ma sempre efficace.

Mi disse: "Datevi tempo, probabilmente il nuovo arrivato sarà un uragano che cambierà le carte in tavola e le relazioni muteranno, probabilmente Momo si legherà parecchio al papà, mentre il neonato avrà bisogno di risucchiare le attenzioni esclusive della mamma, ma poi, pian piano tutto si riequilibrerà, le dinamiche si spianeranno e ogni genitore tornerà ad essere riferimento per entrambi, in base alle occasioni e ai momenti particolari".

Il primo figlio soffrirà? Sì, certo, soffrirà, ma è giusto così, purché abbia sempre un genitore pronto ad accogliere e sostenere la sua sofferenza, per aiutarlo a metabolizzarla, guardandola da vicino senza demonizzarla.

Quello che proprio non sapevo era la durata. Cioè, all'inizio, avevo la sensazione che se avessi trovato la giusta strategia alla nascita di Dado tutto sarebbe andato liscio, invece no. Ogni giorno gli equilibri mutavano, ogni giorno guardavo i miei figli e scoprivo dinamiche nuove tra loro, ogni giorno una nuova piega del carattere di Momo mi stupiva e tirava fuori acredine, fragilità, aggressività, così come Dado aveva nuove richieste e nuove autonomie. E ogni giorno cercavamo di correggere il tiro, fare un passo indietro o tentare modifiche all'assetto della nostra famiglia. A volte senza neanche parlarne, semplicemente seguendo l'istinto. O l'estrema stanchezza.

In alcuni momenti bui – perché ce ne sono stati, e molti – ho ripensato a queste parole: "datevi tempo".

Ho fatto mio quel mantra, cercando intanto di visualizzare quel "dopo", quel momento in cui tutto si sarebbe appianato, perché prima o poi sarebbe arrivato, come diceva il pediatra.

E ora lo so.

Non voglio dire che non abbiamo prove da superare o difficoltà da fronteggiare, ma ho la sensazione di essere fuori dall'occhio del ciclone, la quotidianità sembra più sostenibile e – tenetevi forte – ci sono momenti puramente belli, senza fatica.

 

Photo Credits: Vince Alongi

COMMENTI (3)

Paolar&B
Mar. 27, 2014, ore 10:48

... come ti capisco... è dura, mooolto dura, ma che soddisfazione!

Catia79
Mag. 12, 2014, ore 15:33

è vero, è molto dura io sono ancora nel ciclone spero di uscirne presto come voi.

Catia79
Mag. 12, 2014, ore 15:33

è vero, è molto dura io sono ancora nel ciclone spero di uscirne presto come voi.

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